SULLE TRACCE DI UNA BIBLIOTECA UMANISTICA

La biblioteca veneziana di Francesco ed Ermolao Barbaro, una delle più importanti del ’400, comprendeva, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo, 550 libri, fra incunaboli e manoscritti (di cui 150 greci), dai testi universitari di filosofia, teologia, diritto ai testi liturgici, ai padri della chiesa, ai classici, agli scritti militanti degli umanisti, inclusi i propri. Crocevia importante, come sempre più emerge dalla ricerca, della circolazione in particolare di testi greci nell’Italia umanistica, quella raccolta era innanzitutto il frutto di una tradizione familiare di studi ormai quasi secolare.

Fig. 1. Dublin, Chester Beatty Library, MS Western 113 : esemplare di lusso dell’epistolario di Francesco Barbaro, donato da Zaccaria al re Ferdinando I di Napoli.

Francesco Barbaro (1390-1454), patrizio veneto, politico, diplomatico e uomo d’arme di grande prestigio, era stato anche protagonista del primo umanesimo veneziano, imparando il greco con Guarino Veronese, traducendo alcune vite di Plutarco, componendo il De re uxoria, un ‘classico’ della pedagogia rinascimentale, corrispondendo con le maggiori personalità del tempo, come attesta un importante e diffusissimo epistolario. Ermolao (1454-1493), figlio di Zaccaria di Francesco, amico e corrispondente di Giorgio Merula, Poliziano, Pico, Giorgio Valla, fu tra i massimi filologi dell’epoca, alfiere della lettura umanistica di Aristotele, con un interesse per le scienze naturali culminato nelle Castigationes plinianae et in Pomponium Melam, pubblicate a stampa nel 1492-1493, e nel Corollarium Dioscoridis, edito postumo nel 1516. Dal 1490 alla prematura morte (di peste), risiedette e lavorò intensamente a Roma, inviatovi come ambasciatore, ma poi destituito e bandito dalla patria per aver accettato dal papa la nomina a Patriarca di Aquileia; episodio, questo, non senza conseguenze sulle sorti della biblioteca.

Fig. 2. Vittore Carpaccio, Ciclo di sant’Orsola (1491-1495), Venezia, Gallerie dell’Accademia: Probabile ritratto di Ermolao Barbaro.

La possibilità di farsi un’idea precisa della biblioteca dei Barbaro e provare a ricostruirla individuando i libri superstiti,

Fig. 3. Prima pagina dell’articolo di Aubrey Diller, The Library of Francesco and Ermolao Barbaro, in «Italia medioevale e umanistica» 6 (1963), 254-262.

si deve a Aubrey Diller, che nel 1963 ne riconosceva l’inventario, ‘inconsapevolmente’ pubblicato quasi trent’anni prima da Pearl Kibre, ritrovandovi (in alcuni casi indubitabilmente) i manoscritti greci e latini già noti con note o indizi di possesso, proponeva numerose nuove identificazioni (seppur in parte ipotetiche) fondate sui contenuti caratteristici e sulle filiere di possessori, inquadrava le principali circostanze storiche.

Da allora, le figure e le opere di Francesco, Ermolao, nonché di Ermolao il Vecchio (ca. 1410-1471), figlio di un fratello di Francesco, traduttore di Esopo, poi vescovo di Treviso e di Verona, sono state proficuamente studiate. Ma solo in anni recenti la ricerca, agevolata anche dalle risorse della rete, ha fatto significativi passi avanti sulla biblioteca, correggendo alcune proposte di identificazione, avanzandone numerose altre, più spesso fondate su sicuri riscontri paleografici, e anche grazie a ciò migliorando la comprensione dell’inventario e delle dinamiche di formazione e dispersione della raccolta. Molto resta da scoprire e da verificare; questo sito aspira a contribuirvi, rendendo agevolmente disponibili i dati acquisiti, permettendo di valutare il grado di probabilità delle identificazioni proposte e restando aperto ai progressi della ricerca.



L’inventario

Il Vaticano latino 3436, raccolta di materiali eruditi pervenuta a Fulvio Orsini da Angelo Colocci, contiene ai ff. 263-296 il documento intitolato “Inventarius librorum Io. Pici Mirandulae”, pubblicato, con numerazione delle voci e un prezioso indice, da Pearl Kibre nel 1936.1 Il catalogo pichiano termina però, come già osservato dall’editrice, a f. 284v con alcuni computi e la registrazione del prestito di alcuni dei libri elencati in precedenza (1133-1147).2 Segue senza soluzione di continuità e senza un titolo proprio, ma chiaramente contraddistinto da una articolazione, prima assente, in sezioni o ‘classi’, l’inventario riferito da Diller ai Barbaro. Le ultime pagine (da f. 292r) sono vergate da una seconda mano, che ha anche corretto e annotato qua e là l’intero documento; è quella di Jakob Aurel Questenberg (ca. 1460-1527?), umanista tedesco per quarant’anni segretario e scriba alla corte pontificia. A lui si dovranno anche i segni a margine di vario tipo (– + ~) intesi, come pare, a evidenziare le voci di interesse. Se la parte Barbaro è da mettere in relazione con la presenza di Ermolao a Roma fra 1490 e 1493, pure neanche Questenberg, che sembra aver conosciuto l’umanista veneziano, mostra consapevolezza di tale provenienza. Il documento a noi giunto si data del resto probabilmente, in base alle filigrane, intorno al 1500,3 qualche anno dopo la morte di Ermolao, ed è quindi una copia o copia di copia, non esente da errori scribali, in cui sono confluiti due elementi eterogenei.4

Fig. 4. Filigrane rilevate nel Vat. lat. 3436 (ff. 284-296).

La ‘classificazione’ della parte Barbaro presenta ripetizioni e ambiguità, facendo riferimento ora alla tipologia libraria (a stampa / a penna o a mano), ora al materiale (in papyro o in bambasina / in carta bona [cioè pergamena]), ora anche o solo al contenuto (in iure, libri ecclesiastici, in philosophia, in humanita). Essa dovrebbe consentire tuttavia di distinguere stampati da manoscritti e, per lo più, cartacei da membranacei, a patto di tener conto che le sigle ‘M.’ e ‘B.M.’, che precedono numerose voci della parte latina, possono soddisfacentemente spiegarsi (a norma delle identificazioni fin qui fatte) come indicanti manoscritti ([a] M[ano]) e, rispettivamente, manoscritti pergamenacei ([in carta] B[ona a] M[ano]), quando la voce è inclusa in una classe intitolata ‘a stampa’. Bisogna tuttavia ammettere, alla luce di identificazioni virtualmente sicure con manoscritti esistenti, la presenza di un ‘blocco’, forse compatto (Kibre 1545-1562), di cartacei all’inizio della parte greca, apparentemente all’interno della classe in humanita a penna in carta bona.

classi

Kibre

n° di item

di cui 'M.'

di cui 'B.M.'

mss.

edd.

lingua

a stampa

1148-1289

142

4

99

103

39

L

A

T

I

N

I

a penna

1290-1305

16


1

16


in iure a stampa

1306-1341

36

11

10

21

15

a stampa

1342-1354

13




13

libri ecclesiastici

1355-1427

73


73

73


in papyro a mano

1428-1439

12



12


in philosophia

1440-1477

38



38


a mano in bambasina

1478-1500

23



23


a stampa in bambasina

1501-1504

4




4

in carta bona a mano

1505-1510

6



6


a mano in carta bona

1511-1521

11



11


in papyro a mano

1522-1530

9



9


in humanita a penna in carta bona

1531-1544

55



14


1545-1585



41


G

R

E

C

I

in papyro

1586-1605

20



20


in papyro

1606-1669

64



64


in papyro

1670-1671

2



2


quinterni desligati in carta bona

1672-1677

6



6


in papyro quinterni

1678-1697

20



20


 totale latini


550


326 (+3-1?)

71


totale greci

153 (+1-3?)


Prospetto complessivo dell’inventario Barbaro

La lingua non è di norma specificata,5 ma libri latini e greci sono per l’appunto, salvo casi particolari,6 chiaramente separati, iniziando i greci tacitamente con Kibre 1545 «Aristidae Panat`h´anai». Solo di rado l’inventario specifica formati o altre fattezze codicologiche,7 ma sembra attento allo stato di completezza e conservazione dei libri;8 alla fine figurano due brevi sezioni di manoscritti non rilegati (“quinterni desligati”), rispettivamente “in carta bona” e “in papyro”.
L’impressione è che l’inventario ‘fotografi’, rispettandone la topografia,9 una biblioteca reale, sommariamente organizzata in sezioni (forse corrispondenti ad armaria), ma comunque in modo imperfetto, almeno al momento della ricognizione (anche nelle classi ‘contenutistiche’ figurano titoli evidentemente fuori posto). La formulazione delle voci rivela di norma persona competente, che dove possibile si avvaleva, per l’identificazione del contenuto, delle note latine dei possessori, in particolare quelle di Francesco Barbaro.10 Alla copia vaticana saranno da addebitare, almeno in parte, sviste, storpiature di nomi e titoli, nonché fusioni o scissioni di voci.
Questo sito offre una nuova edizione dell’inventario che mantiene la numerazione Kibre (1148-1697), correggendone alcuni errori11 ed evidenziando più chiaramente le correzioni e annotazioni, talora fuorvianti,12 di Questenberg. Cliccando sul numero della voce si accede alla scheda corrispondente; il colore blu (anziché rosso) distingue, nella parte latina, quelli che, stando alle considerazioni fatte, dovevano essere incunaboli. I segni > aggiunti a margine segnalano le voci per cui nella scheda sono proposte identificazioni con libri superstiti (o almeno specifiche edizioni).



La biblioteca

Fig. 5.. München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 807, f. 45r: Note di viaggio di Angelo Poliziano: Excerpseram die 8 iulii 1491, hora circiter 17, Venetiis, ex libro Domini Hermolai Barbari veneti.

La biblioteca fu visitata, nell’estate del 1490, da Ianos Laskaris, in missione a Venezia per conto di Lorenzo de’ Medici: i titoli (spesso di singoli testi interni ai libri) annotati sul suo taccuino (Vat. gr. 1412, ff. 53r-54r)13 trovano puntuali corrispondenze (la maggior parte indicate già da Diller) nell’inventario Kibre;14 l’anno successivo da Poliziano, che ottenne in prestito, per trarne excerpta, il rarissimo commento di Tzetze all’Iliade (Kibre 1614).

Fig. 6. Venezia, Palazzo Barbaro a San Vidal.

Entrambi i dotti mostrano di attribuire la raccolta libraria a Ermolao, anche se questi dal maggio 1490 si trovava a Roma, e ad accogliere i visitatori (almeno nel caso di Poliziano) erano il padre Zaccaria e il fratello Alvise. Il nome di ciascuno dei due familiari, del resto, compare in associazione a libri riconoscibili nell’inventario,15 e la collezione inglobava naturalmente i manoscritti acquisiti in precedenza da Francesco e che recavano il suo ex libris, nonché almeno un testo di diritto canonico appartenuto a Ermolao il Vecchio (Kibre 1330). Pare quindi lecito identificarla come la ‘biblioteca di famiglia’ di casa Barbaro, almeno quella di studio, e ipotizzare che fosse ospitata nel grande palazzo gotico sul Canal Grande, acquistato nel 1465 da Zaccaria a San Vidal (presso Santo Stefano).16
Anche la data della ‘fotografia’ che ce ne offre l’inventario può in qualche misura essere precisata. Termini post quem sicuri sono forniti da Kibre 1668, corrispondente a un manoscritto greco acquistato da Ermolao nell’agosto del 1489, e Kibre 1503, edizione stampata il 3 dicembre 1489.17

Fig. 7. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Suppl. gr. 39 (Platone), f. 262v: ex libris in greco e in latino di Francesco Barbaro.

D’altro canto, la ricognizione va datata a prima della fuoriuscita dalla biblioteca di alcuni libri che Ermolao dovette avere con sé a Roma, fra cui l’attuale Vat. gr. 1305 (Kibre 1557), da lui intensamente utilizzato per le Castigationes plinianae.18 Fuoriuscita però non anteriore all’agosto del 1490, dal momento che almeno due di essi furono visti ancora a Venezia da Laskaris.19

Fig. 8 Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, III E 12, f. 2r: annotazione marginale in greco di pugno di Ermolao Barbaro.

Una data posteriore a questa visita darebbe conto anche dell’assenza dall’inventario del Par. Coisl. gr. 144 (Storie di Giovanni Cantacuzeno), l’unico codice greco noto con l’ex libris di Francesco Barbaro che «cannot be found in the list» (Diller), e che si riconosce invece negli appunti di Laskaris, a questi risulta in seguito appartenuto, e potrebbe quindi essere fuoriuscito dalla biblioteca (come forse altri) proprio in quell’occasione.20
Tutto sommato, sembra ragionevole ipotizzare che l’inventario di cui ci è giunta una copia fosse stato redatto quando Ermolao era a già Roma, e forse quando seppe di non poter più tornare in patria (marzo 1491), perché avesse contezza dei testi presenti nella biblioteca di famiglia e potesse segnalare chiaramente i volumi da spedirgli.



La dispersione

Fig. 9. Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, II D 19, f. 114v: foglio finale con note di possesso di Francesco Barbaro (margine superiore) e Vittorio Falconio.

La dispersione della biblioteca Barbaro iniziò con la morte di Ermolao. Ricostruirne i percorsi è importante anche a fini investigativi: seguire un codice identificato con certezza (grazie p.e. a un ex libris) da un possessore all’altro conduce spesso, come mostrato già da Diller, a individuare altri suoi ‘compagni di fuga’ meno facilmente riconoscibili.21
Un manipolo di libri Barbaro (quasi tutti di contenuto latamente aristotelico) risulta in possesso, da una parte, di Alessandro Farnese (il futuro papa Paolo III), amico di Ermolao, dall’altra, di Fulvio Orsini, bibliotecario dei Farnese; saranno probabilmente di quelli portati o spediti a Roma e trovatisi presso Ermolao al momento della morte. Ma preziosi codici cominciano presto a uscire anche dalla biblioteca veneziana.

Fig. 10. Paolo Veronese, Ritratto di Daniele Barbaro (1556), Amstedam, Rijksmuseum.

Un Aristofane e un codice demostenico, entrambi con marginalia di Ermolao, furono utilizzati come Druckvorlagen per due edizioni aldine del 1498 e del 1503, nella primissima stagione dell’editoria greca; il primo (Kibre 1635) reca, oltre a quello di Francesco, anche l’ex libris di Alvise Barbaro, forse aggiunto allora in occasione del prestito, e pare appartenuto a Musuro; il secondo (Kibre 1627) restò evidentemente in mano ad Aldo e ai suoi discendenti. Interessante è la testimonianza secondo cui il Manuzio aveva visto a casa Barbaro la traduzione di Ermolao del De anima, più tardi invano cercata.22

Fig. 11. Bernard de Montfaucon, Diarium Italicum, Parisiis 1702, II, p. 37: resoconto della visita a casa di Zan Carlo Grimani, il 6 agosto 1698.

Almeno una ventina di manoscritti, fuoriusciti forse negli anni difficili della Guerra della Lega di Cambrai (1508-1510), si possono (con maggiore o minore sicurezza) riconoscere in mano a personaggi che all’epoca erano studenti (o docenti) a Venezia o a Padova, quali Germain de Brie di Auxerre,23 Giovanni Battista da Lion,24 Vittorio Falconio (alias Vettor Fausto),25 Leonico Tomeo.26 Un ruolo nella vicenda può aver giocato di nuovo Ianos Laskaris, venuto forse anch’egli allora in possesso di altri manoscritti Barbaro:27 sappiamo che in qualità di ‘oratore’ del re di Francia a Venezia, donde partì allo scoppio della guerra, il 30 gennaio 1509, egli alloggiava proprio a Palazzo Barbaro.28
Il grosso della collezione comunque, trasmesso dapprima fra i beni ereditari della famiglia, dovette restare sostanzialmente compatto fino al ’700. Paul Canart ha pubblicato un πίναξ τῶν βιβλίων τοῦ ἐκλαμπροτάτου Βάρβαρου (Vat. lat. 7246, ff. 117-124),29 redatto in greco a Venezia fra 1567 e 1575, riferendolo giustamente a Daniele Barbaro (1514-1570), cardinale e patriarca di Aquileia, studioso di Vitruvio, amico e committente del Palladio, che discendeva dall’omonimo fratello di Ermolao, e di questi curò anche alcune edizioni postume.30 Esso elenca, oltre a edizioni a stampa, 58 manoscritti greci, solo 15 dei quali riconoscibili nell’inventario Kibre (di cui peraltro spesso arricchisce utilmente le descrizioni),31 gli altri corrispondendo a codici recentissimi, del XVI secolo. Ma sia gli uni che gli altri condividono in seguito vicende e approdi con numerosi altri manoscritti, greci e latini, risalenti a Francesco ed Ermolao, che devono quindi essere appartenuti anch’essi a Daniele.32
Erede della biblioteca, illustre all’epoca, di Daniele Barbaro fu il fratello Marcantonio, uno dei cui figli patriarchi di Aquileia, probabilmente Ermolao (m. 1622), lasciò per testamento alla biblioteca Vaticana 10 manoscritti greci, 9 dei quali si riconoscono nel pinax; sono quasi tutti recentissimi, ma uno di essi, Vat. gr. 1619 (Manuele Paleologo, Senofonte), risale al nucleo quattrocentesco (Kibre 1648). Studiando questo gruppo, Canart ha anche individuato, applicata però solo a codici cinquecenteschi, una legatura caratteristica, da lui definita «de type Barbaro» (del 1570 ca.).

Fig. 12. Canaletto, San Cristoforo, San Michele e Murano dalle Fondamenta Nuove (1772), Dallas, Museum of Art.

Il ramo dei Barbaro “a San Vidal” si estinse nel 1630; gran parte dei beni, incluse preziose carte di famiglia (fra cui la raccolta delle epistole di Ermolao) passarono alla famiglia Nani;33 è possibile, anche se non ce n’è prova, che ciò valga anche per quanto restava della biblioteca greco-latina, dalla quale in ogni caso dovette verificarsi anche in questo periodo qualche ulteriore fuoriuscita.34 Certo è invece che a fine secolo ne era in possesso Zan Carlo Grimani (1648-1714) da Santa Maria Formosa, che – ci informa ora una lettera del 2 agosto 1698 di Apostolo Zeno – aveva acquisito numerosi manoscritti greci, risultati poi “quasi tutti… di Francesco Barbaro P.V. che fiorì nel 1420”.35 Alcuni di essi furono esaminati, pochi giorni dopo, in una fugace ispezione, da Bernard de Montfaucon, dal cui elenco Elpidio Mioni aveva già indovinato la provenienza Barbaro.36 Sono passati pertanto tutti per il Grimani i manoscritti Barbaro approdati nel ’700, come già noto, ad Apostolo Zeno (che ebbe 14 greci del pinax, fra cui 3 nell’inventario Kibre, donati nel 1723 all’imperatore),37 a Giovan Battista Recanati (almeno 7 fra greci e latini Kibre, più uno che è solo nel pinax, finiti per lo più alla Marciana),38 al monastero camaldolese di San Michele di Murano (una trentina, fra greci e latini, del nucleo quattrocentesco, 12 dei quali si ritrovano anche nel pinax, più altri 3, del XVI secolo, solo nel pinax).39 Lo confermano i riscontri che trovano alcuni di essi (almeno uno di ciascuno dei possessori) nella pur breve lista di Montfaucon, e lo conferma la testimonianza di Apostolo Zeno che vide “nella libreria de’ Sigg. Grimani da Santa Maria Formosa” il citato Vat. lat. 13724 di Ermolao il Vecchio (Kibre 1330), di lì a poco approdato a San Michele di Murano.
Si può probabilmente precisare che, dopo la morte di Zan Carlo Grimani (1714), il residuo della collezione, assottigliata dai prelievi di Apostolo Zeno e Recanati, passò al nobile Gerardo Sagredo, i cui libri furono messi in vendita dopo la sua morte (1738) dal libraio Albrizzi. Da questo acquistarono i citati codici greci e latini Barbaro di San Michele di Murano dapprima Giovan Battista Mittarelli, e poi, all’asta del 1747 (come mostrato da Helmut Boese), Angelo Calogerà. Altri, latini, potrebbero aver essere finiti in mano ad altri acquirenti dell’Albrizzi individuati da Boese, Johann Christian Goetze, che comprava per la biblioteca di Dresda,40 e Franz Joseph von Hahn, vescovo di Bamberg.41
Ultimo atto della complessa vicenda, la diaspora, fra 1810 e 1971, del patrimonio librario di San Michele di Murano,42 che ha allargato da San Pietroburgo a Chicago l’orizzonte di chi cerca di ricostruire, con la guida dell’antico inventario, la biblioteca deposito degli studi, degli interessi, delle esperienze di una famiglia protagonista dell’umanesimo veneziano.

inventario Kibre (1490 ca.)

pinax Canart (1570 ca.)

biblioteca Zan Carlo Grimani

(Montfaucon 1698)

possessore nel ’700

collocazione attuale

1584. Chrysostomi moralia supra ioannem.

 

Codex Joannis Chrysostomi in Joannem

Apostolo Zeno

Vind. suppl. gr. 5

 

23. Ἤρωνος Ἀλεξανδρέως πνευματικῶν βιβλία, δύο· ἔτι δὲ Πάππου Ἀλεξανδρέως συναγωγῶν...

Heronis πνευματικὰ... Pappi Alexandrini, συναγωγῶν τρίτον...

Apostolo Zeno

Vind. suppl. gr. 12 (ril. Barbaro)


11. αἱ κατηχήσεις τοῦ Κυρίλλου. Συμεὼν... Θεσσαλονίκης περὶ τῶν μυστηρίων τῆς ἐκκλησίας.

codes recens, Cyrilli Catecheses, Item Symeonis Thessalonicensis de Ecclesiasticis Mysteriis.

Apostolo Zeno

Vind. suppl. gr. 14 (ril. Barbaro)

 

22. εἰς τὰ τοῦ Ἰώβ, ἐξηγήσεις πολλῶν διδασκάλων.

Catena in Job Graece.

Apostolo Zeno

Vind. suppl. gr. 16 (ril. Barbaro)

 

12. ἐκλογὴ καὶ σύνοψις τῶν βασιλικῶν ξ´ βιβλίων...

Tituli legales Imperatorum Constantinopolitanorum.

Apostolo Zeno

Vind. suppl. gr. 26-27 (ril. Barbaro)



Codex recens Maximi in quo multa non edita.

Apostolo Zeno

Vind. suppl. gr. 41

 

36. Ἰωάννου... τοῦ Καντακουζηνοῦ... κατὰ Μωαμεθ.

Codex recens Jοannes Cantacuzenus contra Muhammedem.

G.B. Recanati

Marc. gr. 577 (681)


1603b. Sophoclis Tragoediae septem.

 

Homeri, Euripidis, Sophoclis et Aeschyli codices.


G.B. Recanati

Marc. gr. 617 (810)

1607. Iliada fragmentata.

 

G.B. Recanati

Marc. gr. 459 (797) + IX 3 (1390)

1632. homeri Vatrachomiomachia. et odissia homeri.

 

G.B. Recanati

Marc. gr. 613 (868)

1641a. Euripedes manchus.

 

G.B. Recanati

Marc. gr. 620 (890)

(?) 1675. Donatus graecus.

 

Manuelis erotemata in codice XIV. saeculi; sed haec scripta sunt erasis et deletis pene aliis.

San Michele (122)

Sankt-Peterburg, Inst. Ross. Ist. Akad. Nauk, 1/666 (palinsesto)

1611. Claudii Ptolemaei Geographia.

 

In codice recenti Ptolemaei Cosmographia mutila.

San Michele (15)

Chicago Newberry Libr. 39

(?) 1546. Gregorii expositio in Mattheum et aliorum in quosdam alios.

26. τὸ πρῶτον βιβλίον τοῦ κατὰ Ματθαῖον ἐξηγημένον παρὰ Γρηγορίου Νύσης καὶ ἄλλων τινῶν. διαφόρων

Catena in Mattheum in codice membranaceo XI. saeculi.

San Michele (120)

Marc. gr. I 61 (1201)

 

58. ... Γρηγεντίου ἀρχιεπισκόπου γενομένου πόλεως Τεφρῶν διάλεξις μετὰ Ἰουδαίου Ἐρβᾶν τοὔνομα

S. Gregentii archiepiscopi, Dialexis seu Dialogus cum Iudaeo nomine Herban

San Michele (205)

Osimo, Biblioteca del Collegio Campana, cod. LIII

(?) 1578. Euangelia quaedam et pr(i)mum Matthei

28. τετραευαγγέλιον βέμβρανον

Novum Testamentum Graece XI. saeculi

San Michele (241)

Marc. gr. I 60 (950)

 

52. Θεωδωρήτου εἰς τοὺς ψαλμοὺς τοῦ Δαυὶδ ἐξήγησις

Codex membranaceus X. saeculi, Theodoretus in Psalmos

San Michele (242)

Marc. gr. II 184 (1179)

 

54. Ἱστορία Βαρλαὰμ καὶ Ἰωάσαφ

Historia Barlaam & Josaphat in fine mutila…

San Michele (243)

New Haven,Yale Univ. Beinecke 266 (ril. Barbaro)

 

 

Nonni Dionysiaca, codex recens elegans

Fr.J. von Hahn (91. Dionysiacon poema graece)

Berol. Hamilton 455 (406)

Sinossi codici greci Barbaro passati per la biblioteca di Zan Carlo Grimani)

* Questa introduzione è una rielaborazione sintetica, con qualche aggiornamento, di Vendruscolo 1918, cui si rimanda per maggiori dettagli e indicazioni bibliografiche.

1 - Kibre 1936, 118-297 (la parte Barbaro inizia a 268). Il manoscritto è consultabile online all’indirizzo: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.3436. Una copia dell’inventario vaticano si conserva nell’Ambr. I 110 inf. (ff. 110-152), appartenuto a Gian Vincenzo Pinelli (Nuovo 2007, 135, 144); è occasionalmente utile dove il Vaticano è danneggiato (Kibre 1677).

2 - Relativo al periodo di permanenza dei libri di Pico presso il convento di San Marco a Firenze (1494-1498); Walter 2005.

3 - Due marche diverse, una (p.e. f. 296) quasi identica a Briquet, Sirène 13884 (Roma 1501), l’altra (p.e. f. 288) molto simile a Piccard, Blume 1541 (Roma 1499, 1500).

4 - L’inventariazione della biblioteca di Pico si ritiene eseguita a San Marco poco dopo la morte dell’umanista (novembre 1494); la presenza del registro di prestito implica però uno stato del documento di qualche tempo posteriore.

5 - Eccetto casi particolari: Kibre 1269, 1555, 1675, 1689 (1175: «... in gra(mmati)ca...», non «in greco» come riporta Kibre).

6 - Probabili latini nella parte greca: Kibre 1555, 1617 (non è latino, come credeva Diller, Kibre 1696); greco nella parte latina: Kibre 1246. Per Kibre 1261, 1262, 1274, 1437 l’inventario precisa trattarsi di ‘traduzioni’.

7 - Sono usati i termini: parvus (Kibre 1425), minimus (1426), magnus (1219, 1322, 1334, 1542), pulcherrimus (1424, 1425), quinterni (1178, 1184, 1429, 1617, 1673, e v. poi sotto nel testo).

8 - Si trovano le descrizioni: incompletus (Kibre 1179, 1191, 1230, 1416, 1476, 1616, 1621, 1629, 1631, 1646, 1697; completus 1277), imperfectus (1472, 1600, 1604, 1645, 1676), manchus (1641), sine principio / sine medio / sine fine (1481, 1605, 1644, 1673, 1682), caducus (1643, 1644, 1645, 1685), corrosus (1615), fragmentum, fragmentatus (1217, 1590, 1607, 1645, 1615).

9 - A una impostazione topografica fa pensare anche il fatto si ritrovino in mano a uno stesso possessore libri contigui o vicini nell’inventario (sotto, note 21, 23).

10 - P.e. Kibre 1570, 1598.

11 - Soprattutto Kibre 1151, 1175, 1689.

12 - Kibre 1184, 1696 (altri casi nella sezione pichiana).

13 - Edito da Müller 1884, 386–388; consultabile online all’indirizzo: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.gr.1412.

14 - Kibre 1557, 1560, 1569, 1584, 1588, 1597, 1602, 1625, 1635, 1641, 1643, 1645, 1648, 1649, 1653, 1655, 1657, 1659, 1666, 1669, 1684, 1686, 1694, 1696.

15 - Kibre 1672 (vel 1610b); 1631, 1635, 1663.

16 - Raines 2015, 102.

17 - Altri incunaboli di identificazione e datazione critica ai fini della datazione dell’inventario sono Kibre 1168, 1282-1283, 1278.

18 - Per altri libri verosimilmente giunti a Roma: Kibre 1557, 1571, 1588, 1590-1591, 1593, 1596, 1597, 1610a, 1618, 1619, 1663.

19 - Kibre 1557, 1588, 1597.

20 - La registrazione di Laskaris «Chronica Constantinopolitana» (Müller 1884, 387) coincide con la nota di possesso presente sul codice: «Ista Chronica Constantinopolitana est Francisci Barbari veneti patricii». Ancora, una serie di testi, fra cui alcuni rari, notati da Laskaris παρ᾽ Ἑρμόλεῳ nel Vat. gr. 1412 trovano riscontro nel contenuto del miscellaneo Par. gr. 1310 a lui appartenuto e anch’esso non riconoscibile nell’inventario Kibre.

21 - Nel seguito, come già sopra, non è fatta differenza tra identificazioni virtualmente sicure, probabili e meramente ipotetiche; i numeri Kibre vanno intesi come rinvii alle singole schede, in cui ciascuna proposta è presentata e discussa.

22 - Cataldi Palau 1998, 251: la testimonianza si deve a Pietro Alcionio (1522), che era tornato a cercare fra le carte di Ermolao le traduzioni della Fisica e del De anima.

23 - Kibre 1545, 1547, 1566, 1599 (vel 1661), 1609 (vel potius 1620), 1622, 1624, 1631, 1646 (vel 1665), 1652, tutti indicati da Diller, a cui si possono aggiungere Kibre 1674,1686,1695b.

24 - Kibre 1634 (vel potius 1574), 1666, 1672 (vel potius 1610b), e più ipoteticamente Kibre 1552, 1608, 1683.

25 - Kibre 1579, 1614, 1656, 1657, 1658, 1671, 1672, 1674, 1676, 1682, 1687, 1691.

26 - Kibre 1583, il ben noto codice planudeo dei Moralia di Plutarco Ambr. C 126 inf., annotato da Guarino e da Ermolao.

27 - Kibre 1694.

28 - I diarii di Marino Sanuto, VII, Bologna 1882, col. 749 (febbraio 1509): (il conte di Pitiano) «alozà a San Stefano in cha’ Barbaro, dove stava l’orator di Franza, partito».

29 - Edito da Canart 1985, 13-25; consultabile online all’indirizzo: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.7246

30 - Da Daniele possono essere passati a Ippolito Capilupi, nunzio apostolico a Venezia dal 1560 al 1564, Kibre 1184 e 1272, se sono corrette le identificazioni di essi con due manoscritti della Biblioteca Nazionale di Roma.

31 - Kibre 1546, 1550,1562, 1563, 1565, 1570, 1573, 1577, 1578, 1620, 1640, 1645, 1648, 1649, 1650, 1653, 1654, 1659, 1668, 1670.

32 - Così rifletteva già Canart 1985, 16; diversamente, in parte, Raines 2015, 103.

33 - Raines 2015, 105.

34 - Alvise Lollino, vescovo di Belluno (m. 1625), possedeva il Vat. gr. 1800 (trattati musicali), riconoscibile nel pinax di Daniele Barbaro (Canart 1985, 15, 21 [n° 21]), ma anche un latino e un greco del nucleo quattrocentesco (Kibre 1206b, 1550). Il medico Pierre Michon-Bourdelot (m. 1685) possedeva il Senofonte Vat. Reg. gr. 96 (Kibre 1577), presente anche nel pinax, ereditato probabilmente dallo zio Jean Bourdelot (m. 1638). L’arcivescovo di Canterbury William Laud (m. 1645) acquisì prima del 1637, oltre a due codici recenti censiti nel pinax, un Livio e un Apuleio risalenti a Francesco Barbaro (Kibre 1242, 1248), poi donati alla Bodleian Library; Raines 2015, 104. Il Vind. Phil. gr. 98, che forse corrisponde a Kibre 1560 fu acquistato a Venezia nel 1672.

35 - A. Zeno, Lettere, Venezia 1785, I 34 e cfr. 28s.

36 - Mioni 1958, 318 e n. 2; già Mittarelli 1779, 797 aveva identificato il Moscopulo palinsesto allora a San Michele di Murano (Kibre 1675) con quello visto da Montfaucon.

37 - Kibre 1562, 1584, 1649.

38 - Kibre 1212, 1298, 1603, 1607, 1612 (vel 1690), 1632, 1641.

39 - Kibre 1188, 1192, 1450, 1454, 1473, 1498, 1517, 1528, 1563, 1568, 1570, 1573, 1578, 1598, 1600, 1601, 1609 (vel potius 1620), 1611, 1630, 1639, 1640, 1650, 1653, 1659, 1662? [vel 1675?], 1668, 1670.

40 - Kibre 1198, 1219.

41 - Kibre 1189, 1484; oltre alle Dionisiache di Nonno, verosimilmente il codice visto da Montfaucon presso Zan Carlo Grimani (Berol. Ham. 455 [406]).

42 - Mioni 1958, 321-329; Merolla 2010, 32-40.